18
giu
10

Short story

c’era una volta una famiglia come tante, che viveva in un paese come tanti altri, nella più anonima provincia italiana. Un padre stanco di una vita passata a lavorare ed intento a contare i mesi, le settimane e persino i giorni che lo separavano dalla pensione. Lui stesso era consapevole che la fine di una lunga vita lavorativa gli avrebbe riservato più frustrazione e senso di inutilità che gioia e serenità, ma pareva non curarsene.
La donna al suo fianco era più giovane di lui, ma dimostrava almeno cinque anni in più della sua vera età. Di origine umile, figlia di contadini, aveva iniziato a lavorare ad appena dodici anni. Non aveva una cultura, aveva lasciato la scuola appena possibile per aiutare i genitori nei campi. Nonostante questo era una persona di grande dignità e fiera di tutto quello che era riuscita ad ottenere solo con le proprie forze.
La figlia Elena era invece straordinaria. Quasi sembrava essere stata mandata per colorare l’esistenza grigia dei suoi genitori. Fin da piccola si era dimostrata curiosa e affamata di vita. Le piaceva andare a scuola, ma non era la prima della classe. A Elena interessava solamente imparare le cose, perciò sentiva che non valeva la pena ingaggiare lotte con se stessa e con gli altri per primeggiare. Dai compagni di scuola e dagli amici in generale era ben voluta, anche se non era la più carina né la più simpatica del gruppo.
Elena si era appassionata alla danza, le piaceva ascoltare la musica e ballare anche da sola, in camera sua. Dopo lunghe insistenze era riuscita a convincere i genitori ad iscriverla ad un corso di danza presso una scuola prestigiosa situata in città . Nonostante fosse un sacrificio accompagnarla in macchina tre volte a settimana, la passione che Elena metteva nel ballo coinvolgeva e ripagava i genitori del tempo dedicato alla figlia.
L’adolescenza di Elena era trascorsa senza grossi scossoni, a differenza di quello che accadeva generalmente ai suoi coetanei. Al secondo anno di liceo si era fidanzata con un suo compagno di classe e aveva condiviso con lui tutte le prime volte. Aveva molti amici e raramente si era sentita sola.
Andava spesso in discoteca, ma non le interessava sballare né mostrarsi come una possibile preda. Semplicemente ballava per ore senza fermarsi. A distanza di anni era ancora la sua passione, e mentre ballava il mondo le sembrava perfetto.
L’estate dopo la maturità Elena era partita con le sue due migliori amiche per una settimana di vacanza a Rimini. Una sera, forse per l’euforia dovuta alla fine della scuola, aveva esagerato un po’ con l’alcool e si era trovata a ballare da sola al centro della pista di una delle più famose discoteche sulla spiaggia. Spesso Elena si sentiva tutti gli occhi addosso, ma quella sera ci faceva caso più del solito. Quando un ragazzo le si era avvicinato e le aveva proposto un drink insieme, stranamente aveva accettato e si era allontanata con lui.
Le cose erano andate velocissime e dopo nemmeno venti minuti Elena si era trovata in un angolo appartato della spiaggia assieme ad uno sconosciuto. Per Elena il gioco era ormai finito, voleva cercare le sue amiche e tornare in albergo. Il ragazzo però la tratteneva e aveva iniziato a baciarla e toccarla. Lei non voleva ma non riusciva a farlo smettere. Urlare non serviva a niente, erano troppo lontani dalla discoteca e la musica assordante copriva qualsiasi altro rumore. Quel mostro la stava violentando e in quel preciso momento Elena moriva.
Era rientrata in albergo a notte fonda, facendo meno rumore possibile per evitare che le sue amiche si accorgessero dello stato in cui l’aveva ridotta quell’essere di cui non si ricordava nemmeno il nome. Aveva passato il resto della notte e della mattina a piangere nel letto e ad odiarsi per aver commesso quell’imperdonabile sbaglio.
Tornata a casa Elena era irriconoscibile, era diventata un fantasma: aveva iniziato a evitare i suoi amici e a isolarsi sempre di più. A casa era ombrosa e le capitava spesso di rispondere male ai suoi genitori. Loro si erano subito accorti che qualcosa era cambiato in Elena ma si erano trovati impotenti.
Elena aveva programmato di iscriversi alla facoltà di giurisprudenza, spesso si immaginava come una coraggiosa e brillante avvocatessa. Non le interessavano i grandi guadagni, piuttosto fare tutto il possibile per far valere i diritti dei più deboli. Dopo quello che le era successo aveva abbandonato questo sogno. Non aveva più la forza per sostenere i suoi ideali. Aveva trovato un lavoro come segretaria nell’azienda dove lavorava il padre.
Erano passati quasi sei mesi da quella maledetta vacanza, e Elena proseguiva nella sua vita ormai senza più colore. Non aveva raccontato a nessuno quello che era accaduto e quando qualcuno le domandava spiegazioni per il suo pessimo umore cambiava subito argomento scocciata. Non era più stata in discoteca, non ballava più e la musica le dava quasi fastidio.
Un lunedì mattina la madre si era insospettita per il fatto che il suo cappotto era ancora sull’appendiabiti. Aveva pensato che probabilmente non era andata a lavorare per via dell’influenza che girava in quel periodo. Era entrata in camera di Elena pensando che avesse bisogno di qualcosa, ma lei non c’era. Il letto era sfatto e faceva più freddo che nel resto della casa. Avvicinatasi al termosifone per verificare che funzionasse la madre aveva notato che la finestra della camera che dava sul balcone era socchiusa. In quello stesso momento sua figlia giaceva esanime nel cortile del condominio in una pozza di sangue. Elena si era buttata, Elena era morta, finalmente.


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